DANCING MAKES ME JOYFUL
In Dancing makes me joyful (2015), con materiali e linguaggi diversi, Liv esplora il concetto di danza come forma di pensiero. Il librarsi nello spazio della danzatrice è un superamento della gestualità quotidiana per giungere all’universalità dell’essere. Le immagini, moltiplicate, fluttuano in una sorta di sospensione spaziale superando le categorie linguistiche di sincronia e diacronia per giungere a un unicum straordinario, in cui i diversi momenti si sovrappongono in una totalità indistinguibile. La registrazione dei diversi momenti diviene punto di partenza dell’atteggiamento analitico, indagatore dell’artista. Il suo lavoro, infatti, si sviluppa come un complesso affresco, un percorso, nel quale è possibile cogliere dei fili rossi, che si snodano attraverso le singole opere.
Il suo è un viaggio archetipico che dalla luce porta all’oscurità per tornare alla luce, un rimando che trova nei poemi classici un imprescindibile punto di avvio. Platone legge nella danza un avvicinamento all’armonia universale, lo scrittore Luciano da Samosata la interpreta come un dono divino, nato dall’amore, che ha avuto origine nelle danze cosmiche degli astri, dal moto dei cieli e dalla loro armonia. Attraverso il gesto, il movimento, il danzatore indica i sentimenti, le umane passioni. Il movimento nello spazio della giovane donna, di origine africana, sottolinea i diversi stati d’animo che popolano le nostre vite: l’angoscia, il piacere, la paura, la calma. Anche nelle opere sulla danza, Liv parte dal frangente per giungere all’universale. La sua ricerca è rivolta all’umanità, nel suo concetto più classico di humanitas. Sono dei tentativi di esistenza, in cui il movimento sottolinea la relatività del tutto, in una dimensione di dubbio al quale non si può offrire risposta alcuna.
Angela Madesani