Lo spazio crepuscolare fra oblio e memoria.

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di Mordechai Omer

Lena Liv si muove in quell’area di luce crepuscolare che si trova fra l’oblio e il ricordo, quando raccogli frammenti di realtà, fissati dagli scatti dei fotografi sconosciuti, per conservarli come riflessi delle proprie ombre. Accumula tracce di testimonianze riprese da chissà chi al fine di immortalare un momento della vita umana: sceglie dagli album di fotografie trovati nei mercatini, o in polverosi scaffali d’archivio, e le espone sottraendole così all’oblio.

Lena liv separa il grano dalla crusca, una scelta intesa a filtrare una luce nella penombra dove ciò che si è visto è stato oscurato dal non visto, presente dall’assente, la certezza dall’incertezza. Le serie più vecchie di lavori realizzati con fotografie trovate e rielaborate erano ritrati di bambini, alcuni dei quali ricompaiono anche in lavori più recenti. La scelta dei bambini, o meglio dell’infanzia, attesta il il disperato tentativo di parlare attraverso di loro, attraverso la loro fragilità e la loro innocenza, a un mondo “adulto”, afflitto dal vuoto e dall’assurdo. Le fonti di queste fotografie sono del tutto accidentali, documenti personali cestinati quando l’interesse dei proprietari è venuto a mancare.

“ Qualche anno fa, a Genova, in un mercatino, mi è capitato tra le mani la tipica fotografia di una classe: un gruppo di bambini allineati davanti alla macchina fotografica alla fine dell’anno scolastico. Era datata 1914-1915. Come la vidi mi fu chiaro il lavoro che intendevo realizzare. In seguito utilizzai più volte i volti di quei bambini, tanto che finii per affezionarmici, anche se con loro non ho un rapporto personale, non so chi siano, non mi importa conoscere la loro identità, i loro nomi, le loro storie. Per me rappresentano tutti noi.”¹
Lena Liv sceglie le immagini e i suoi “antieroi” con estrema cura. In molti casi sono bambini che posano davanti all’obbiettivo con una espressione insicura, ma consapevole dell’importanza del momento. La fotografia, scissa dal contesto privato (non fosse che per la presentazione anonima per un pubblico anonimo) e lontana dal tempo come dal luogo in cui fu scattata, consente all’artista di trascurare la realtà individuale di questi volti, dando loro una dimensione universale, che trascende l’attualità.

“Prendendo le foto trovate, che un tempo sono state importanti per qualcuno, e quindi personali, io cerco di trasformarle in qualcosa di universale, di totalmente impersonale, che conservi però la verità della cosa in sé. Poi però credo che l’opera che ne risulta, essendo universale, riguardi tutti noi e quindi, in certo senso, torni ad essere anche personale. In altre parole, cerco di parlare alle persone di cose che riguardano anche loro, forse non sempre come esperienza vissuta, ma certamente come esperienza collettiva, di cose insomma che riguardano tutti noi.” Una volta operata la selezione tra le foto prima abbandonate e poi ritrovate, Lena Liv le sottopone ad una serie di manipolazioni, per arrivare a illuminarne e a conservarne l’essenzialità, oscurando gli elementi secondari e irrilevanti. La dimensione dell’area ripresa dal negativo determina anche il grado di definizione o di densità dello spazio fotografato e degli oggetti che vi sono raffigurati. Le cornici, o le rozze scatole di ferro in cui vengono racchiuse le fotografie intensificano la severità della composizione. “Il ferro” afferma Lena Liv “raffredda la carica emotiva dell’immagine. Crea una distanza dall’eccesso di ‘calore’ e di emotività, una distanza necessaria a vedere le cose nella loro vera luce, a eliminare il superfluo e mettere l’accento non sulla natura ‘sentimentale’ ma su quella essenziale delle cose.”
Nelle sue serie più recenti, una volta esaurite le potenzialità di queste foto abbandonate e trovate per caso, o nei vari mercatini delle pulci, Lena Liv si è concentrata sempre di più sugli oggetti, e in seguito sugli spazi che li contengono. È il momento di raccogliere il materiale frugando con accanimento negli archivi fotografici, per trovare quello che la sua percezione creativa aveva già visto. “ Per quanto riguarda la ricerca negli archivi, quando inizio la scelta delle foto, so già più o meno di cosa ho bisogno. In archivio è necessario mettere a fuoco un soggetto, diciamo: ospedali, fabbriche ecc. I soggetti che cerco sono sempre molto comuni; materiale d’archivio molto neutrale, senza enfasi perchè materiale freddo, documentario; materiale d’inventario, insomma. Allora è necessario avere già idea del lavoro per scegliere il materiale e “sentire” la foto affinchè le scelta sia giusta. A volte ti sembra che il materiale che vedi sia proprio quello che ti serve, e poi succede che cambi idea. Penso che in qualche modo il processo di scelta del materiale sia un momento creativo e mi è difficile dare una risposta precisa, se mi si chiede perchè sono convinta di una foto piuttosto che di un’altra. Io cerco di penetrare nell’immagine, di sentirla il più possibile e poi… molte volte… questo speciale incontro tra me e la foto avviene. Certi lavori nascono subito, altri dopo anni.” Questo penetrare l’immagine ha lo scopo preciso di fare emergere il calore umano da un inventario freddo e oggettivo. In fin dei conti Lena Liv non vuole rievocare gli oggetti. ma la memoria che li pervade, le tracce lasciate dalle persone che li hanno usati, con i quali si è svolta la loro vita. Ed è appunto l’assenza dei vecchi proprietari di questi oggetti il punto di partenza per gli ambienti e per le installazioni della Liv, una assenza che le permette di riportare in un mondo che appartiene a tutti e a nessuno, questo angolo dimenticato da Dio.“Spesso vado ai mercati delle pulci, sia per cercare oggetti particolari che perché mi piacciono: si può gironzolare e fare delle scoperte casuali. Ci si può trovare di tutto: mobili, giocattoli, lampade, cianfrusaglie ecc. Quei giocattoli abbandonati mi attirano più di quelli che si trovano nelle camere dei bambini. Un oggetto abbandonato non è di nessuno, e quindi è di tutti, e questo per me è molto importante. Perché quegli oggetti, separati dal loro stato originario, dalla loro funzione, contengono un senso di universalità e fanno parte della memoria collettiva. È come se in essi fosse racchiusa la storia di chi li ha usati, tutto ciò che è successo ai loro proprietari, tutto ciò che hanno visto quando avevano una funzione. E quindi è come se ora la loro essenza si manifestasse in grado maggiore. Sono convinta che sia una questione di dislocamento, di passaggio di energia.”

È interessante notare come in molte delle sue opere Lena Liv ricostruisca l’oggetto rappresentato nella foto, riportandolo alla sua tridimensionalità: così, per esempio, un secchio fatto di carta fatta a mano si duplica dalla sua immagine fotografica, e sedie e tavoli, porte e altri oggetti di casa vengono esposti sia in foto che come oggetti tridimensionali. L’oggetto, presentato sia in foto che nello spazio museale, esalta la sua presenza per mezzo della duplicazione e del suo virtuale ritorno allo stato originario: “In questa serie, concentrandomi sugli oggetti, ho sentito fortemente fin dall’inizio che lo spettatore deve essere parte integrante di ciò che vede. Credo che in questi lavori ci sia un forte senso di movimento che prima non c’era. Le prime opere erano più statiche. Qui, il buio che circonda gli oggetti diventa un ‘materiale’ che comincia a muoversi, a spostarsi da uno spazio a un altro. E, quanto alla domanda su cosa ricordiamo, non esiste una risposta chiara e pronta; per me personalmente, l’opera tratta anche di questa domanda: che cosa ricordiamo, che cosa cancelliamo, che cosa conserviamo.”

Malgrado il proclamato distacco di queste scene da qualsiasi connessione con fatti storici precisi, i lavori di Lena Liv ricordano i paesaggi cinerei di Paul Celan (spettrali, pallidi, privi di presenze umane) e la conclusione che solo l’occhio tagliato (Buñuel) o l’orecchio mozzato (Van Gogh) dell’artista gli rendano giustizia, in quanto prova dei sensi che ha sacrificato:

Bianco grigiore di uno scavato e arduo sentire.

Erba sparto, qui, verso l’interno portata dal vento, soffia geometrie di sabbia oltre il fumo di voci melodianti alla fontana.

Un orecchio, mozzato, ascolta.

Un occhio, tagliato a strisce, di tutto questo
ben si rende conto.

(traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

L’uso del “silenzio” come mezzo per ottenere questa “prova incisiva” è al cuore dei lavori più riusciti di Lena Liv. A dispetto della sua stessa volontà di confondere l’immagine, e della qualità sempre più ermetica comunicata dal passaggio del tempo, i suoi lavori si rivolgono a una persona vicina seppure non specificata, uno spettatore abbastanza umano nella sua ambivalenza da giustificare un approccio così diretto. Per quanto l’appello di Lena Liv parta dalle profondità dell’anima umana, la fede del suo pubblico è consapevolmente e deliberatamente assente.

Malgrado le sue opere riflettano la straziante esperienza che sottende la Fuga di morte di Celan (ma il brano citato sopra non viene da Fuga di morte ma da Atemkristall), Lena Liv rifiuta fermamente di legare il proprio discorso artistico a una calamità storica specifica, e in particolare respinge qualsiasi tentativo di interpretare le sue opere come una risposta all’Olocausto: “So che molti associano il mio lavoro all’Olocausto… all’Olocausto della Seconda guerra mondiale. In verità, nelle mie opere non ho mai visto alcuna connessione specifica con l’Olocausto. L’espressione che hai usato [nella lettera che ho scritto all’artista, NdA], ‘il dolore del mondo’, mi sembra molto appropriata in questo contesto. Preferisco non usare il termine ‘Olocausto’, perché l’associazione immediata che viene in mente cancella gli altri olocausti. Ma se vogliamo usare qui ‘olocausto’, è nel senso dell’olocausto del tempo. Sono dell’idea che i miei lavori parlino sia dell’olocausto del tempo che della ‘redenzione’ che ne deriva (ma forse mi sto solo illudendo), e che investe le cose di una dimensione universale che potrebbe forse riuscire a evitarne l’oblio. Lascio fuori i dati biografici, perché i miei lavori non dipendono dalla mia esperienza personale, o, per dirla meglio, dipendono da me nella stessa misura in cui dipendono da altri (o almeno è quello che penso).”

In effetti, nelle sue opere più recenti Lena Liv si tiene alla larga da ogni legame con le circostanze, da tutto ciò che va oltre la cosa in sé catturata dalla lente che un anonimo fotografo puntò su un altrettanto anonimo soggetto. La cosa in sé genera un significato multiforme e in costante trasformazione solo per finire nel silenzio, un processo di dissoluzione che non lascia quasi nulla oltre a una flebile traccia, quel “senza” che giustifica l’intera azione del salvataggio:

“Spento aperto vero rifugio senza uscita verso cui da tanto lontano dopo tanti falsi. Testa attraverso l’occhio calmo tutto bianco calma luce nessun ricordo. Tutto bello tutto nuovo come in quei giorni benedetti regnerà l’infelicità. Grigio cenere tutt’intorno terra cielo confusi spazi senza fine. Rovine sparse grigio cenere tutt’intorno vero rifugio finalmente senza uscita. Sempre e soltanto in sogno bel sogno non avere che un tempo da scontare. Corpo minuto faccia grigia lineamenti fessura e buchetti due azzurro pallido. Rovine vero rifugio finalmente verso cui da tanto lontano dopo tanti falsi. Sempre e soltanto immaginato l’azzurro chiamato ceruleo in poesia immaginazione folle. Luce bianco quasi raggiunto testa attraverso l’occhio calmo ragionante nessun ricordo.”²

Mordechai Omer, 1997
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Note bibliografiche

¹ – Queste affermazioni sono contenute in una lettera del 12 febbraio 1997 in cui l’artista risponde a domande formulate dall’autore di questo articolo.

² – Samuel Beckett, Senza, Einaudi, Torino 1989 (a c. di Renato Oliva).