Dancing makes me joyful

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di Angela Madesani

Con Dancing makes me joyful (2015), Lena Liv attraverso materiali e linguaggi diversi esplora il concetto di danza come forma di pensiero. Il librarsi nello spazio della danzatrice è un superamento della gestualità quotidiana per giungere all’universalità dell’essere.

“…Golden chains from star to star ….And I dance…” composto da tre strati di vetro, in cui la figura della danzatrice e gli ambienti architettonici l’interno decadente di una villa barocca della campagna toscana si sovrappongono. Le immagini, moltiplicate, fluttuano in una sorta di sospensione spaziale superando le categorie linguistiche di sincronia e diacronia per giungere ad un unicum straordinario, in cui i diversi momenti si sovrappongono in una totalità indistinguibile.

La registrazione dei diversi momenti diviene punto di partenza dell’atteggiamento analitico, indagatore dell’artista. Il suo lavoro, infatti, si sviluppa come un complesso affresco, un percorso, nel quale è possibile cogliere dei fili rossi, che si snodano attraverso le singole opere. Il suo è un viaggio archetipico che dalla luce porta all’oscurità per tornare alla luce, un rimando alla metafora gnoseologica sapienziale, che trova nei poemi classici un imprescindibile punto di avvio.

Platone legge nella danza un avvicinamento all’armonia universale, lo scrittore Luciano da Samosata la interpreta come un dono divino, nato dall’amore, che ha avuto origine nelle danze cosmiche degli astri, dal moto dei cieli e dalla loro armonia. La studiosa Caterina De Rienzo scrive: «Da Nietzsche e Valery a Mallarmé e  Merleau-Ponty sono diversi e importanti i pensatori della modernità che hanno riflettuto sulla pratica coreutica come esperienza di trascendimento, come slancio impermanente a dare visibilità all’invisibile; un’esperienza capace di decostruire la nostra finitezza e di “ricostruire” il reale, giungendo nelle zone mobili dell’essere». Attraverso il gesto, il movimento, il danzatore indica i sentimenti, le umane passioni.

Il movimento nello spazio della giovane donna, di origine africana, sottolinea i diversi stati d’animo che popolano le nostre vite: l’angoscia, il piacere, la paura, la calma. Anche nelle opere sulla danza, Liv parte dal frangente per giungere all’universale. La sua ricerca è rivolta all’umanità, nel suo concetto più classico di humanitas.

Sono dei tentativi di esistenza, in cui il movimento sottolinea la relatività del tutto, in una dimensione di dubbio al quale non si può offrire risposta alcuna.

Liv ha indotto un incontro di culture tra la giovane coreografa e danzatrice, originaria dello Zambia, quindi vissuta in Belgio e poi a Londra, e il luogo dove danza, il grande salone affrescato della Villa di Corliano. È un dialogo che porta all’ibridazione dei diversi elementi, per dare vita a qualcosa di diverso. Gli abiti che indossa sono propri della quotidianità, vesti semplici, prive di orpelli.

In  “No words, no thoughts : but in my soul grow a boundless love “ la ragazza porta dei calzini, un indumento domestico, che spinge chi guarda a immaginare la normalità, che si pone in antitesi con la cornice in cui la scena è ambientata. La stanza è recinto, nel senso antico e sacrale del termine, dove accade l’evento fenomenico.

“ But all joy wants eternity, wants deep, wants deep eternity “ è composto da una serie di immagini su vetro, in cui Liv ci restituisce la percezione dell’immagine compiuta dal cervello, che dal frammento giunge all’unità. Allo stesso modo è riproposta la scomposizione attraverso il pastello  con un’ulteriore possibilità di lettura. Determinante nel suo lavoro è l’uso della carta, che qui è supporto, ma che in altri lavori è materiale costitutivo delle sculture. Liv avverte la carta come una materia primordiale, che non è semplicemente una superficie su cui disegnare o scrivere, ma un’entità autosufficiente, che si colloca fra realtà e spazio mentale, per offrire una tridimensionalità al pensiero: una sorta di metamorfosi che sconvolge le diverse possibilità di lettura.

In “ But all joy wants eternity, wants  deep, wants deep eternity “, come negli altri grandi quadri luminosi, la luce non è una parte esterna al lavoro, che lo illumina, ma una parte intrinseca, determinante di esso: la luce esterna è metafora della luce interiore in cui la mera dimensione narrativa è assente. Il soggetto di questi lavori è legato al presente, ma il tempo è sospeso. È  il tentativo, riuscito, di porre dei quesiti di matrice esistenziale. Nel corso degli anni, Liv ha utilizzato per i suoi lavori materiali fotografici d’archivio in cui il tempo aveva già operato un distacco con il dato reale. La fotografia per Liv non è documento, è il dato reale, in un’accezione semiotica, per giungere a qualcosa d’altro, a un’immagine completamente ricostruita, che ci riporta a una dimensione ulteriore, in cui non c’è limite mediatico, che giunge all’essenza più profonda di quanto appare.

I suoi lavori ci portano in una dimensione di atemporalità in cui è un eterno ritorno nell’accezione di Walter Benjamin: la coazione a ripetere l’uguale, che determina l’universalità dei fenomeni, dei sentimenti al di là dei singoli accadimenti. È il fil rouge ontologico che percorre tutti i suoi lavori: la spiritualità che è nella follia, intesa come concetto filosofico, limite, soglia, mistero esistenziale, nell’infanzia innocente, momento primigenio della storia dell’uomo, nella natura, nei luoghi di solitudine, ma anche in quella dimensione surreale e poetica della quale sono profondamente intrisi i suoi spazi sotterranei e oggi le stanze dell’antico palazzo.

Liv è interessata alle idee ancestrali, che vanno ben oltre la micro, ma anche la macrostoria di cui siamo più o meno consapevolmente protagonisti. Il suo non è un atteggiamento di giudizio, è piuttosto una presa d’atto che giunge in profondità.

Ne La legge delle stelle e la forma del fiore (2013-14) protagonista è la natura, della quale l’uomo è troppo spesso figlio degenere. È la poesia dei minimi che si coglie in tutta la sua ricerca, nei silenzi, in cui il dettaglio è posto in relazione dialettica con il tutto.

Nei suoi lavori l’oscurità allude alla luce e la luce sfavillante non illumina la materia, ma si trasforma essa stessa in materia. Viene a crearsi una sorta di ambiguità che ci porta a leggere la fotografia come pittura e la pittura e il disegno come fotografia, senza alcun virtuosismo iperrealista. È una continua antifrasi iconica, in cui l’oblio ci riporta alla memoria, la luce al buio e viceversa.

L’indicalità della registrazione di un istante fuggente, come quello della danza, ci conduce alla complessa sfaccettatura della fluttuanza dei fenomeni, intesi in senso filosofico.

Affermava la grande danzatrice Pina Bausch che quando ci si sente completamente perduti comincia la danza. Danza come necessità esistenziale, così l’arte per Lena Liv: un bisogno quotidiano, una cura per tentare di affrontare la complessa eterogeneità dell’esistenza.

Angela Madesani